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Mario Scalini: Il raffaellismo di Guido Reni e la "Strage degli Innocenti"

  • Scritto da Il Trillo
Guido Reni: Strage degli Innocenti, dettaglioGuido Reni (1575-1642) è tra i pochi artisti italiani dell’età barocca che non necessitano di presentazioni; la sua fama, che in vita superò quella di ogni contemporaneo e dell’oggi venerato Caravaggio, fu tale da rimanere impareggiata almeno sino alla decadenza dell’insegnamento accademico figurativo.
La sua fulgida carriera, che scaturisce in parte dall’insegnamento di Denijs Calvaert e poi dei Carracci a Bologna (alla cui accademia aderì dal 1594), va letta in chiave di riproposizione di un classicismo terso e rassicurante, vuoi da un punto di vista compositivo che cromatico, le cui vere radici stanno nella venerazione che questi ed il suo seguito tributarono a Raffaello Sanzio ed alle sue opere; dipinti cui la scuola reniana garantì una eco ancor maggiore di quanto i diretti discepoli del Maestro fossero stati in grado di dare nei tumultuosi anni che seguirono il Sacco di Roma (1527). Allievo di fin troppa sagacia, divenne indipendente già nel 1598 e si iscrisse alla Congregazione dei pittori di Bologna l’anno seguente. Durante un primo soggiorno romano (1600-1602) eseguì una copia della Santa Cecilia di Raffaello oggi in San Luigi dei Francesi, ma in origine per la chiesa eponima su commissione del Cardinal Sfondrati.
Il linguaggio sobrio e calibrato di Guido è frutto della più ferma opposizione concettuale al caravaggismo emozionale, da un punto di visto compositivo e pittorico, che si possa immaginare. Il manualistico confronto tra le due Crocifissoni di San Pietro (l’opera di Reni è oggi nella Pinacoteca Vaticana; quella di Caravaggio è nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo) sostanzialmente contemporanee, evidenzia due divergenti insegnamenti formali per contenuti sacri propriamente coincidenti anche da un punto di vista della evocazione pietistica.
La passione longhiana per la riscoperta della attività del Merisi, così intrisa di una umanità apparentemente popolare e coinvolgente, ha distolto il grande pubblico e buona parte della critica, dalla attività di Guido Reni. Poco interessata alla riproposta della fortuna storica della espressività antica, e più incline ad un approccio facile e immediato nei confronti dell’immaginario figurativo, la critica novecentesca è corsa ad affollare i ranghi degli esaltatori della "modernità" caravaggesca, misconoscendo la capitale funzione storica e didattica dell’intera scuola bolognese, ben diversamente considerata sino a tutto il diciannovesimo secolo in quanto prototipica di quella vena narrativa, contenuta ed aulica che appunto da Raffaello giunge sino ai Nazareni ed oltre.
Malgrado la possibile, e corretta, lettura "accademica" della compagine reniana e del caposcuola in particolare, l’attività di Reni è costellata di capolavori la cui straordinarietà non risulta riducibile in termini di ossequio alla forma narrativa piana ed accosta di una intenzionale accessibile didattica religiosa universalistica.
Dopo un fortunato periodo di lavoro a Roma, che consentì a Guido di prendere piena consapevolezza della antica statuaria greco-romana e confrontarla con i capolavori di Raffaello presenti nella città eterna, Reni rientrò a Bologna, dove nel 1611 eseguì uno dei suoi indiscutibili capolavori: La strage degli Innocenti.
Questa pala, che si propone come icastica restituzione di un evento d’inusitata violenza e drammaticità, mette in evidenza come nessun altro le straordinarie capacità di sintesi formale di Reni.
Considerato come la tela abbia suscitato nei critici una attenzione che solo la "Atalanta ed Ippomene" oggi a Capodimonte e il ciclo delle Fatiche di Ercole per il Duca di Mantova (ora al Louvre) hanno eguagliato, va evidenziato che si è davanti alla opera di maggior complessità mai progettata dal bolognese.
La apparente disposizione a fregio delle figure risponde ad una complessa articolazione geometrica della composizione che prende le mosse dalla precisa volontà di far scorrere narrativamente la scena da sinistra a destra allo spettatore, secondo un consueto modo di lettura "librario’, per poi richiamarne l’attenzione al centro della scena con una artificiale sottolineatura prospettica della ambientazione architettonica.
Quello che prevale ad una più mirata osservazione è poi lo schema triangolare composto da una grande V di volti femminili straziati dalla violenza dell’evento e la "traversa" opprimente delle braccia dei due sicari che infieriscono sui corpicini dei fanciulli. Presi singolarmente i volti delle donne appaiono come straordinari cammei ellenistici che ritrovano la loro riedizione moderna nella pittura ferrarese del Rinascimento (cappella Garganelli) qui epurata in una forma e proporzione tutta raffaellesca, le cui matrici possono essere rilette quasi fossero citazioni.
La complessa lettura per piani e per rimandi eruditi, ben comprensibili ai bolognesi del tempo ed agli "accademici" del vecchio seguito carraccesco, può oggi essere veicolata per un pubblico più ampio grazie a strumenti multimediali e grazie ad alcune recenti scoperte di opere della cerchia dell’artista che, in facsimile o in originale, sono proposti ai visitatori della mostra che si presenta. 

Mario Scalini, curatore della mostra Illustri ospiti ad Aosta. La strage degli Innocenti di Guido Reni

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