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Venezia 70: storie di fallimenti sportivi nei documentari presentati al Lido

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli

Al giro di boa del Festival di Venezia, spuntano nelle sezioni collaterali piccole produzioni che di rado arrivano nelle nostre sale, ma recuperabili dal pubblico con l’aiuto della rete e di un po’ di fortuna. Due i passaggi che hanno attratto l’attenzione al Lido, entrambi documentari sportivi. Senza lieto fine. Stelle defunte o mai sbocciate, quelle di Lance Armstrong e Lenny Cooke.
Del primo non importa spendersi in introduzioni. Semplicemente il ciclista più forte di tutti i tempi, capace di inanellare sette Tour de France consecutivi, oltre a un campionato del mondo e una miriade di altre corse su strada. Soprattutto, protagonista di una favola: nel 1996, venticinquenne, gli viene diagnosticato un cancro ai testicoli, poi sconfitto nel 1998. L’anno dopo, sale di nuovo in sella per iniziare l’epopea dei sette Tour consecutivi (1999-2005). Prestazione che attira fin da subito i sospetti dell’opinione pubblica, dato il momento storico che vede il ciclismo, ancora oggi, lo sport più falcidiato dal doping. Ma, come ripete a più riprese il ciclista texano, “i controlli dicevano che ero pulito”. Plurimilionario, testimonial dei più maggiori marchi sportivi e non, creatore della fondazione “Livestrong”, che aiuta la ricerca sul cancro, si ritira nel 2008. Pochi mesi dopo, l’annuncio di un clamoroso ritorno che spinge il documentarista Alex Gibney a puntare la telecamera su di lui. Progetto accantonato quando, dopo il rientro del 2009 (terzo posto al Tour), nel 2010 scoppia lo scandalo doping che travolge in pieno Armsrtrong: la federazione ciclistica mondiale gli toglie i sette titoli vinti sugli Champs Elysées. Il lavoro di Gibsey riparte lo scorso anno, con prospettiva ovviamente diversa, e diventa l'attuale "The Armstrong Lie". L’ex campione texano non ha ormai più niente da nascondere e si rivela alle telecamere, come estremo atto di scusa verso chi ha ingannato per anni. Emerge il ritratto di un uomo di potere, incapace di accettare i suoi propri limiti, fino a diventare incurante del proprio corpo e della propria salute, pur reduce dalla battaglia, vinta, contro una malattia terribile. Potere che, dicono i suoi ex compagni, ha usato per anni per intimidire i suoi detrattori, dalla stampa agli avversari. Non a caso, quando la sua fama è calata, hanno iniziato a spuntare le testimonianze di chi per anni aveva taciuto. Svelando una serie di bugie lunga un’intera carriera, o, come precisa L.A., “Non ho vissuto molte menzogne, ma ne ho vissuta una molto grossa”

Sconosciuta ai più la vicenda di Leonard “Lenny” Cooke, all’inizio del secolo una delle maggiori promesse del basket americano. Per intenderci, il capofila del vivaio che comprendeva Lebron James, Carmelo Anthony, Tyson Chandler, Amar’e Stoudemire, stelle dell'odierna NBA. Predestinato doc, su cui tutti gli osservatori e coach del paese puntavano a occhi chiusi. Il viaggio parte dal 2001, con Lenny diciannovenne che assiste in tv al Draft, l’evento clou che precede la stagione NBA, in cui i club pescano fra i migliori giovani del paese. Li conosce tutti, quei nomi che gli sfilano davanti, ne ricorda anche altezza e peso. Soprattutto il primo, Dwane Brown, suo coetaneo e primo nella storia a essere scelto come prima opzione dal basket professionistico direttamente dalle scuole superiori. Inizia qui il sogno ad occhi aperti di Lenny, che nei camp estivi si mette sempre in mostra, facendo sfracelli in quelli dell’Adidas, i più competitivi, dove con gli amici Lebron e Carmelo ingaggia duelli che riempono gli occhi del pubblico. E dei tecnici, da un lato strabiliati dai mezzi tecnici del ragazzo, dall’altro perplessi dalla sua incostanza negli allenamenti. Lenny decide di non proseguire gli studi e dedicarsi totalmente al basket, seguendo le vie facili delle apparizioni a gettone, pagate qualche centinaio di dollari. Punta tutto sui Draft 2002. Ma anche lì, vede salire tutti gli altri sul carro, restando a piedi. Stacco temporale e arriviamo ai nostri giorni. Aprile 2012, Leonard è un trentenne sovrappeso con moglie e due figli obesi quanto lui. Lo sguardo è quello di chi a vent’anni fra le mani aveva il mondo e ora il forchettone del barbecue. Vive in un prefabbricato alla periferia di Richmond, Virginia, riempiendo la giornata con bevande zuccherate e aneddoti sul suo passato da cestista. L’unico amico rimasto di quel periodo, Joakim Noah (oggi pilastro dei Chicago Bulls), ha prodotto il documentario. Un interessante viaggio in quel che resta del sogno americano, e su cosa accade quando questo sogno appare reale prima di compiersi veramente.

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