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Venezia 72: in Black mass la perfetta mimesi di Johnny Depp

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Johnny Deep in 'Black mass'C’è tanta Boston al Lido quest’anno. Dopo la disgustosa storia di pedofilia vista nell’apprezzato "Spotlight", "Black Mass" (fuori concorso) dello statunitense Scott Cooper porta in scena un’altra storia vera, sempre con l’occhio magistrale della fotografia di Masanobu Takanayagi.
Quella di James "Whitey" Bulger, criminale che ha impresso il suo nome nella città del Massachussets fin dagli anni '70, diventandone egemone assoluto negli ‘80 fino alla latitanza, iniziata nel 1996 e conclusasi con l’arresto del 2011.
Soggetto tratto dal libro omonimo, scritto a quattro mani nel 2001 dai reporter del "Boston Globe" Dick Lehr e Gerard O’Neill e sceneggiato da Jez Butterworth ("Edge of Tomorrow"). Nel cast tecnico anche Stefania Cella, scenografa, fra gli altri, di Paolo Sorrentino. Storia di un gangster. Uno solo. A cui i compari fanno al massimo da comparsa, spesso da zavorra di cui liberarsi al più presto. "Whitey" (Johnny Depp) è un uomo a cui le strade di South Boston, sua scuola per eccellenza, hanno insegnato un codice fatto di onore, lealtà e che se vuoi arrivare dove vuoi, ogni mezzo è lecito. In una parola, mafia.
Il film inizia quando è già in ascesa, leader della "Winter Hill", gang di quartiere ma di ben più elevate ambizioni. Ha pure un fratello, Bill (Benedict Cumberbatch), senatore e uomo più influente della città, che lo segue. Ma da non troppo vicino. Per fare il salto serve la spinta giusta, ed ecco che il suo vecchio amico di quartiere John Connolly (Joel Edgerton), passato nel frattempo dalla parte dei cattivi, lèggi "Fbi", arriva con un piatto d’argento.
Sopra, l’offerta: diventare informatore del "Bureau", in cambio di protezione incondizionata sui suoi traffici. James accetta, rivelando la sua diversità, quella che lo fa stare un gradino sopra a tutti: un perfetto mix di mentalità criminale e imprenditoriale. Fuorilegge diabolico e sociopatico, ma prima di tutto affarista che considera la violenza un mezzo comune, utile solo per raggiungere i suoi scopi. La nuova declinazione di malavita che ci è stata divulgata da Roberto Saviano piuttosto che dalle successive serie televisive.
Il sodalizio fra i due si rafforza di anno in anno, più per volontà del poliziotto (che appare il vero criminale della storia, così la pensarono anche i giudici: Connelly sta tutt’ora scontando una condanna a quarant'anni) che per necessità di James. I confini dei traffici si allargano fino a Miami, ed addosso a John compaiono "Rolex" ed abiti da migliaia di dollari. Ma ad ogni ascesa segue una caduta. Ed anche lì, "Whitey" si dimostrerà il migliore.
Racconto che ha il sicuro merito di indagare il substrato della malavita, quel brodo colturale composto da pezzi di criminalità, legge e politica che pone i (grandi) ladri sempre un passo avanti alle guardie. Figure efferate, ma capaci di porre radici profonde nel loro territorio, se è vero che alcuni abitanti di South Boston contattati dal regista come comparse hanno rifiutato la parte perché «John e Jimmy hanno fatto tanto per questo quartiere». Una densità che diventa impenetrabile, come suggerisce il titolo originale, assai più calzante dell’avvilente traduzione italiana "L’ultimo gangster".
Depp, grazie a un profondo lavoro sul personaggio, è alla sua seconda ottima interpretazione (peccato per il trucco pesante, caricaturale) di un criminale esistito realmente, dopo il John Dillinger di "Nemico pubblico". Dillinger era quasi un Robin Hood, caotico fino alla sua stessa fine. Bulger un personaggio più complesso da un lato "affarista" spietato, dall’altro uomo devoto alla moglie quanto alla famiglia d’origine. Fino all’amico John Connolly.
 

@il_trillo

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