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Cinema e arte: Aleksandr Sokurov stupisce ancora Venezia con Francofonia

Aleksandr Sokurov con 'Napoleone' durante le riprese di 'Francofonia'E' successo un’altra volta. A Venezia dovremmo esserci abituati, ma in fondo è bello stupirsi. Arriva Aleksandr Sokurov e da lì in poi il concorso ha un metro di paragone: chi vuole vincere, dovrà far meglio di lui. Nel 2012, pur in una Biennale di altissimo livello, nessuno superò il suo "Faust", film di chiusura della tetralogia del potere, che gli valse il Leone d’Oro.
Quest’anno, niente visto fino ad ora (siamo comunque neppure a metà "Mostra") ha i numeri di "Francofonia". Ovvero, "Arca russa" 2.0. Tredici anni dopo, il maestro siberiano ritorna sui sentieri del suo capolavoro spartiacque del cinema contemporaneo, girato in unico "piano sequenza" fra il Palazzo d’Inverno e l’Hermitage. Quel viaggio in due secoli di storia russa, oggi in "Francofonia" diventa un elegia al suo amore per la Francia: «una nazione di cui ammiro la fierezza negli ideali». Un cargo parte da un porto sconosciuto, trasportando fra i suoi container l’intera collezione artistica di un museo. Sokurov dal suo studio si interfaccia con loro, in videochiamata, mentre l’imbarcazione viene coinvolta in una tempesta. La nave della cultura europea tenta di resistere, ma la sua fine è già scritta.
Al durissimo presente si affianca una vicenda che porta a ritroso nella storia. Anzi storie. Due uomini, che per la cultura hanno speso la vita. Rischiandola.
Jacques Jaujard (Louis De Lencquesaing) ed il conte Franziskus Wolff-Metternich (Benjamin Utzerath): il direttore del Louvre e il rappresentante dell’occupazione nazista a Parigi durante il secondo conflitto mondiale. Ufficialmente nemici, ben presto condotti dal comune amore per l’arte verso un sodalizio segreto che salvò il patrimonio del museo più illustre del mondo occidentale.
I due protagonisti continuano la loro preziosa opera sottotraccia, che sarà riconosciuta anche dalla storia (nonostante l’appartenenza al regime di Vichy e a quello nazista, non subiranno condanne dai processi postbellici, bensì onorificenze: legion d’onore a Jaujard, alte cariche ministeriali per Metternich), mentre fuori campo la voce arrotondata di Sokurov dialoga con loro, riflette e induce a riflettere sull’importanza dell’arte.
Le arti, in "Francofonia", le concentra volutamente tutte e sei. Sublimandole nella settima, il cinema. Il percorso nel Louvre è molto più di un docufiction: è un’irripetibile visita al Louvre in compagnia di personaggi immaginari (la musa Marianne, Johanna Korthals) o storici (Napoleone, Vincent Nemeth), ma soprattutto attraverso le opere esposte. Fra esse, Sokurov incolla la telecamera addosso a quelle che raffigurano il museo stesso, la vita artistica e umana che lo pervade, ne è linfa da oltre tre secoli. Le seziona, con inquadrature lente, pazienti. Sono quei ritratti, i loro visi, occhi, pittura, che permettono di capire chi siamo noi europei. Dobbiamo vederne le particolarità da vicino, andare oltre al colpo d’occhio globale. Chiederci e capire cos’è nel viso dell’altro che stimola l’approccio alla sua cultura. Un approccio necessariamente delicato: se la cultura viene distrutta, non potrà mai essere ricreata. Persa, come l’identità.
 
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