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Gli italiani entrano in gara a Venezia 72: Piero Messina debutta con L'attesa e Luca Guadagnino porta A bigger splash

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Matthias Schoenaerts, Tilda Swinton, Dakota Johnson e Luca GuadagninoGiunta al primo fine settimana, la "Mostra del Cinema" di Venezia storicamente prende vita. Si allungano le code di spettatori, per niente intimoriti dalla temperatura polare ricreata in sala da impianti di ventilazione troppo efficienti.
Ulteriore consuetudine del week-end, l’arrivo nel concorso ufficiale dei film italiani. In sequenza, "L'attesa", opera prima di Piero Messina (tratta dal dramma di Luigi Pirandello "La vita che ti diedi") e "A bigger splash" di Luca Guadagnino, di ritorno al Lido sei anni dopo "Io sono l’amore".
Due registi che insieme fanno 78 anni, due film con svariate analogie. Stessa ambientazione geografica (una generica Sicilia alle pendici dell'Etna il primo, Pantelleria l’altro) e sociale (assoluta agiatezza dei protagonisti, ricordata a più riprese da interni e arredi, vedi le preziose ceramiche delle abitazioni). Stesso tema, l’arrivo di un ospite a cambiare la vita di chi abita in quei luoghi. A cambiare, è il tipo di racconto. Per immagini, quello di Messina, che lascia alla Sicilia adeguato spazio evitando saggiamente di caricarlo di troppe voci. Dialoghi allo stretto necessario. Basta sedersi, e guardare.
La giovane Jeanne (Lou de Laâge) arriva da Parigi per incontrare il fidanzato Giuseppe. Nella villa di famiglia Giuseppe non c'è. Fuggito, morto? La madre Anna (Juliette Binoche) non chiarisce il mistero: Giuseppe è via qualche giorno e tornerà per la domenica successiva, Pasqua. La ragazza si affida alla versione rassicurante che le viene fornita. Ed alla donna che, pur con un evidente peso nel cuore, le apre le porte di casa. Anna di contro si aggrappa a Jeanne, indispensabile placebo che in quel momento, la ripaga della sparizione del figlio. Ed ancor meglio: col passare dei giorni arriva a conoscerlo più di prima, attraverso i racconti di Jeanne. La figura di Giuseppe aleggia su tutta la storia, ma da giusta distanza, fungendo da pretesto più che da motore, mentre fra le due donne si va instaurando un’intimità tipicamente femminile. La resurrezione (loro, non di Giuseppe) arriverà insieme alla processione pasquale.
Tipica vicenda pirandelliana, assurda e paradossale. Che accanto ad immagini così saggiamente utilizzate meriterebbe una miglior struttura narrativa per raggiungere l’equilibrio, la densità che troppo spesso è affidata alla performance di Juliette Binoche. Ma opera che comunque affronta con delicatezza e gradualità il tema dell’elaborazione di una perdita incolmabile. Nelle sale dal 17 settembre.
 
Altro angolo magico di Sicilia, Pantelleria, oggi triste teatro delle stragi di migranti. Guadagnino ne fa niente più di uno sfondo. Soffocandone l’essenza dietro a centinaia di suoni, musiche, parole che si accavallano incessantemente. Tutti inglesi, i protagonisti. Un refolo di anima isolana viene demandato unicamente alle figure della colf e del maresciallo dei Carabinieri (Corrado Guzzanti, ingessato dentro a un personaggio caricaturale).
Anche qui tutto inizia con un arrivo. La cantante rock Marianne Lane (Tilda Swindon) e il compagno Paul (Matthias Schoenaerts) vedono la loro vacanza a Pantelleria interrotta da Harry (Ralph Phiennes) amico ed ex fidanzato di lei, ma soprattutto personaggio sopra ogni possibile riga, capace di far crollare immediatamente l’intimità fra i due. Harry ha con sé "il regalo": la figliastra Penelope (Dakota Johnson), ninfetta silenziosa che sarà l’ulteriore miccia capace di innescare una serie di crescenti deflagrazioni. Harry è un consumatore, non ama niente. A parte Marianne, anche se pochi anni prima è stato lui a lasciarla. Sul dualismo con Paul si snoda una vicenda priva di fantasia, che cerca (invano), l’emozione nel violento finale. Davanti agli occhi dell’annoiata Penelope, la cui vita non è altro che l’anticamera di quella dei tre irrequieti adulti.
Più interessante, casomai, seguire i quattro alieni divincolarsi nelle proprie vite, i cui confini sono loro stessi. Vite che si dipanano in cima alla piramide, da cui di tanto in tanto è piacevole (opportuno?) scendere nel mondo delle persone reali, per sentirne le emozioni e illudersi di farle proprie per osmosi. Esistenze scintillanti, che abbagliano, nascondono l’altro chiunque esso sia, mentre sullo sfondo i telegiornali riportano i quotidiani annegamenti in mare dei migranti, gli sbarchi dei sopravvissuti. La vera tragedia. Come ricorda il maresciallo Carmelo: «Siamo solo all’inizio».
 

@il_trillo

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