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Venezia 72: gli alti e bassi del concorso tra Rabin: the last day e L'hermine

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Fabrice Luchini in 'L'Hermine'Prosegue il flusso dei "tratto da una storia vera", alla "Mostra d’Arte Cinematografica 2015".
Amos Gitai torna al Lido un anno dopo "Tsili", passato nel 2014 fuori concorso. Stavolta il suo "Rabin, the last day" è in corsa per il "Leone d’Oro". Almeno sulla carta.
Cogliendo l’occasione del ventennale dell’omicidio di Yitzhak Rabin, il regista di Haifa ritorna sulla sera del 4 novembre 1995, un attimo prima che il venticinquenne integralista Yigal Amir uccidesse il leader laburista con tre colpi alla schiena. La camera che rotola fin dentro l’auto del primo ministro, ne segue la corsa per le strade e poi fra le corsie ospedale, faceva sperare in qualcosa di analogo a "Parkland", eccellente opera con cui Peter Landesman raccontò le ore successive all’omicidio di Kennedy, due anni fa sempre qui al Lido. Niente di più lontano. Dopo i dieci minuti iniziali (gli unici di un qualche interesse quando, oltre alle sequenze dell’uccisione, passa un’intervista di repertorio a Simon Peres), i successivi 143, non proprio una passeggiata, si sviluppano esclusivamente attraverso una pedissequa ricostruzione degli interrogatori svolti dalla commissione investigativa "Shamgar", istituita dal Governo israeliano per far luce sull’accaduto.
Impotenti, assistiamo ad una processione senza fine verso lo scranno dei testimoni, composta da poliziotti, avvocati, autisti, guardie del corpo, manifestanti, le cui parole, inframmezzate da immagini di repertorio in cui rabbini integralisti incitano le piazze all’eliminazione di Rabin, compongono il puzzle desolante di noncuranza e dolo, riconducibile alle Forze dell’ordine e soprattutto ai servizi segreti, che portò all’omicidio di Rabin. Un esercizio di sbobinatura, in cui i protagonisti si attengono, anche emotivamente, a restare unicamente dietro i banchi o cancelletti del tribunale. Utile a suscitare sani interrogativi geopolitici, ma poco c’entra con la settima arte.
Più interessante poteva essere approfondire la figura dell’attentatore, al contrario appena accennata attraverso scarne sequenze delle ore precedenti l’attentato, spese fra libri sacri e mitragliette, e quelle successive all’arresto, sempre attraverso interrogatori. Si sarebbe magari riusciti a raccontare la genesi di un atto che ha segnato la storia occidentale contemporanea. Ne è invece risultato un prodotto da televisione domenicale in seconda serata.
 
Per fortuna ci sono anche storie inventate. E bene. "L’hermine" di Christian Vincent porta una ventata di freschezza nel concorso ufficiale. Poco più di un’ora e mezza, durata sufficiente ad ogni cineasta di valore per dire qualcosa, che al regista francese basta addirittura per dire qualcosa di nuovo. Un film sapientemente scritto dallo stesso Vincent e interpretato da uno strabordante Fabrice Luchini (possibile "Coppa Volpi") nei panni di Xavier Racine, presidente di Corte d’assise.
Giurati, avvocati e pubblici ministeri gli stanno tutti a svariati metri di distanza: Racine è temutissimo per la sua severità, che gli vale il soprannome di "giudice a due cifre", perché le sue condanne superano sempre i dieci anni. Il presidente si trova ad aprire il delicato dibattimento riguardante un giovane padre accusato di infanticidio della figlia di sette mesi. Il suo muro si sbriciola non appena in mezzo alla giuria popolare fa il suo ingresso Birgitte (Sidse Babett Knudsen), donna di cui si era innamorato anni prima. Il racconto si aggira con leggerezza fra gli interrogatori dei testimoni, in cui emerge la mano di Vincent, abile nel sospendere nei momenti giusti un argomento così angosciante con piccole e intelligenti virate verso la commedia, e la parte istituzionalmente più spensierata del corteggiamento fra i due. Insegnando a chi guarda la fondamentale importanza della sceneggiatura. Lasciando anche il tempo di esplorare a fondo la figura dell’inflessibile presidente: una vita trascorsa sotto l’ermellino della toga (da lì il titolo), con poche soddisfazioni al di fuori. A suo agio solo in Corte d’assise, da quel luogo verrà ricompensato con una nuova vita.
Azzardando una sintesi: "La parola ai giurati" che improvvisamente vira verso "Qualcosa è cambiato". Qualcosa di nuovo.

@il_trillo

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