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Venezia 72, ancora Italia con Marco Bellocchio e la commovente opera postuma di Claudio Caligari

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Claudio Caligari sul set del film insieme a Valerio MastandreaLa domanda è semplice. Se Claudio Caligari fosse ancora vivo, la sua opera postuma "Non essere cattivo" sarebbe stata finalmente in concorso a "Venezia 72", dopo i due passaggi fuori dalla selezione di "Amore tossico" (1983) e "L’odore della notte" (1998)? I cattivi pensieri portano a poco, ma reprimerli è arduo davanti ad un altro ritorno, di Marco Bellocchio, lui sì in concorso con "Sangue del mio sangue".
Primo capitolo, la storia di Federico (Piergiorgio Bellocchio), che nel ‘600 giunge alla prigione-convento di Bobbio (luogo non casuale, dove Bellocchio da anni presiede da anni il festival cinematografico), nel piacentino, dove suor Benedetta (Lidiya Liberman) è rinchiusa, accusata dall’inquisizione di aver stregato e indotto al suicidio suo fratello Fabrizio. Se ne innamorerà, fino alle estreme conseguenze. Seconda parte: un salto ai giorni nostri, quando il convento ormai abbandonato diviene oggetto di interesse dell’ispettore regionale Federico Mai (sempre Piergiorgio Bellocchio), in puro stile renziano a caccia di ogni fonte per rimpinguare le casse pubbliche. Il suo arrivo in paese crea il panico nella ridda di piccoli evasori e falsi invalidi, nonché moderata preoccupazione ai piani più alti, dove il Comitato degli intoccabili si riunisce accanto alla figura del Conte vampiro (Roberto Herlitzka: stringe il cuore vederlo imbrigliato dentro un personaggio piatto e retorico).
I due capitoli si riuniranno nella sequenza finale, una postuma liberazione dell’imprigionata. Ma soprattutto, dello spettatore.
Un’opera che riesce al contempo a risultare scontata e incomprensibile, saltando dai toni da bar con cui si dibatte sui malaffari della moderna Italia, alle visioni di monache affogate o murate vive mentre sullo sfondo passano i "Metallica" rivisitati in versione coristica, piuttosto che i cori alpini.
Ed autoreferenziale: i temi di stringente attualità sono toccati con tale provincialismo, in superficie e con scarni accenni, da risultare incomprensibili a uno sguardo estero: non a caso nessuna domanda è giunta dalla folta pattuglia della stampa straniera durante la conferenza post film.
A galla rimane la fotografia firmata Daniele Ciprì, qui più libero d’azione rispetto al precedente "La bella addormentata". A fondo, l’interpretazione di Bellocchio jr., capace con la sua monotonia di uniformare il giovane uomo d’armi al funzionario pubblico in un solo immutabile personaggio.
Commenti felici, anche all’estero, ha invece raccolto "Non essere cattivo", opera postuma (nonché terza) di Claudio Caligari, scomparso lo scorso maggio. Il film, fuori concorso a Venezia, arriva in sala (sessanta copie da martedì 8 settembre) grazie a Valerio Mastrandrea, fra gli amici più stretti del regista romano, che oltre a gestirne quasi interamente la produzione ha operato dirigendo le riprese, piuttosto che come microfonista, quando un Caligari ormai in fase terminale non riusciva a raggiungere il set.
Trama essenziale fino all’osso, ma densa. Le vicende di Vittorio (Alessandro Borghi, ormai pronto per il salto definitivo dalle serie televisive al cinema) e Cesare (Luca Marinelli, lanciatissimo dopo "La grande bellezza"), fratelli di vita che sul litorale di Ostia intrecciano espedienti, eccessi, desideri, infruttosi tentativi di affermazione. Si vola, si cade, ci si rimette in piedi. Alzando sempre più l’asticella. Piccole e grandi ferite, che diventano dolore davanti all’incomprensibile, a ciò che i loro mezzi non possono elaborare. Vincenzo tenta di emergere, Cesare sprofonda senza rimedio, tirato verso il basso dal richiamo della strada, unica dipendenza ancor più forte delle sue già amate droghe.
Film scritto (la sceneggiatura incalza, trasporta) ma anche molto fisico, dove ogni personaggio, pur affamato di vita, la consuma gettandovisi a capofitto, ignaro (più che incurante) delle conseguenze.
Non si parla di ispirazione pasolinana, quanto di prosecuzione ideale dell’opera del maestro bolognese. Il quadro antropologico messo in scena da Caligari non è altro che l’esito finale di quello pasoliniano.
Peccato che non ci possa essere un seguito.

@il_trillo

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