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The Walking Dead: Negan, Lucille e il fiato sospeso della sesta stagione

  • Scritto da Enrico Zoi
Una scena del telefilmRiflettori spenti sulla sesta stagione di The Walking Dead, la serie tv statunitense partita nel 2010, ideata dal regista Frank Darabont e basata sull'omonimo fumetto di Robert Kirkman. Un finale aperto, spalancato, una non conclusione che lascia i fan in dolce, trepida e talvolta furibonda attesa della ripresa autunnale.
Riflettori spenti, ma riflessioni sempre accese, perché il materiale umano, zombie e drammaturgico è quasi sempre di prim'ordine e, in ogni caso, ricco di spunti e di interrogativi: divisa come da tradizione in due parti, la sesta stagione ha vissuto due segmenti di episodi piuttosto diversi fra loro. Le otto puntate di apertura hanno preso le mosse dalla cava esterna ad Alexandria piena di zombies, raccontando la graduale conquista/alleanza della comunità da parte del gruppo del "solo leader" Rick, una narrazione che ha soddisfatto solo fino a un certo punto, un po' discontinua, forse eccessivamente preoccupata di spiegare genesi e sviluppi dei singoli personaggi, come nel caso del quarto monotematico episodio (Here's Not Here/Qui non è qui), interamente dedicato a Morgan e alla sua complessa evoluzione psicologica e comportamentale.
Troppi sbalzi, dunque, fra una puntata e l'altra, compensati dalla suspense per le sorti, poi fortunate (almeno per il momento), di Glenn, creduto morto per mano, anzi per bocca, dei vaganti perennemente affamati, e da una qualità di sceneggiatura e montaggio che raramente scade o eccede. In definitiva, otto episodi che non decollano del tutto e che mettono i seguaci della serie tv in stand by, in situazione interlocutoria e sul chi vive rispetto alla seconda sezione della stagione.
Riflessioni però sempre accese, dicevamo. E forse qui merita fare l'avvocato del diavolo di noi stessi: se questo andamento che abbiamo etichettato come insufficiente fosse una mossa voluta? Perché no? Del resto, quanti film dell'orrore di ogni epoca presentano una prima parte preparatoria, di preludio all'esplosione narrativa e visionaria del secondo tempo? Tutti no, ma lo schema è quasi un classico, un must del genere. È lecito così pensare che gli sceneggiatori di The Walking Dead abbiano optato per una tranche iniziale in cui ricomporre i tasselli, per poi dare libero e completo sfogo a fantasie, emozioni ed accadimenti nei successivi otto episodi.
Va detto che, pur conservando qualche perplessità sulla prima parte della stagione, la visione della seconda conforta quest'ultima tesi. Le puntate andate in onda da febbraio ad aprile 2016 immettono con tempestiva violenza nel marasma e nel pericoloso caos del nuovo ordine mondiale dell'epoca zombie, grazie all'entrata in scena del personaggio di Jesus e della comunità di Hilltop e soprattutto di un nuovo, efferato ed efficiente eroe negativo: Negan con i suoi Salvatori. Cattivi, spietati, calcolatori, violenti.
Il tratto dominante della seconda parte è una maggiore dicotomia fra bene e male e fra amore e odio. Dopo Jessie, caduta con quanto resta della sua famiglia fin dall'episodio di esordio, Rick si mette insieme a Michonne (era ora!, avranno pensato molti fan) e Carol con Tobin: non che i sentimenti e il sesso facciano la loro comparsa qui, ma certo ne va registrata l'accelerazione. Una sorta di intensificazione degli opposti che regala al telespettatore momenti di felice sofferenza narrativa, come l'impagabile tredicesimo episodio, The Same Boat/Nella stessa barca, con la sua capacità di creare estrema tensione e contemporaneamente di sollevare realistici dubbi su chi siano realmente i buoni e chi i cattivi, un remix psicologico che lascerà pesanti strascichi soprattutto su colei che resta uno dei più bei personaggi dell'intera serie, Carol, donna complessa che deciderà di uscire dal gruppo.
È ovviamente impossibile ripercorrere o riassumere trama e singole storie di una serie che si conferma comunque sempre di alto livello sotto ogni punto di vista. È semmai opportuno sottolineare che i due episodi conclusivi ci colpiscono come pugni nello stomaco, facendoci comprendere che pure il leader Rick è un essere umano, non tanto sotto l'aspetto della sua capacità di comprendere le situazioni e di adeguarsi ad esse nell'interesse del proprio gruppo, che non viene mai meno, quanto per i concreti limiti di forze e di armi che fanno sì che i Salvatori di Negan riescano a dividere Rick e i suoi fedelissimi e alla fine a catturarli e assoggettarli, con le eccezioni di Carol, ritrovata da Morgan, e di quanti sono rimasti ad Alexandria.
Riflessioni sempre accese, però, anche per Negan e la sua Lucille, mazza da baseball avvolta nel filo spinato. Annunciato fin dall'episodio iniziale della stagione, il perfido Negan si rivela nel finale, con tutto il suo sadismo e la sua perfidia. Negan, nome parlante di negatività, e Lucille, con la sua etimologia dal latino lux, infondono una luce sinistra ad un finale di stagione tutto intriso dell'arrogante violenza dell'arma letale che il suo gestore ed utilizzatore schianta su uno dei malcapitati amici di Rick (scopriremo chi nel prossimo autunno), un finale disperato per gli eroi di The Walking Dead e per il loro indiscusso leader.
Disperato o apparentemente disperato? Al di là del propendere per la seconda ipotesi, poiché la prima segnerebbe la fine immediata della serie, o quasi, l'eccesso di autostima e l'orgasmo di potere e dominio, uniti ad un esplicito desiderio di vendetta, portano Negan a commettere un errore gravissimo, forse il più grave in assoluto: dopo avere usato, negli inseguimenti e nella cattura del gruppo di Rick, la tecnica del divide et impera, egli lo riunisce. È vero, uomini e donne del 'solo leader' di The Walking Dead sono prigionieri, in ginocchio, senza fucili né pistole, alcuni feriti, in balia di un'autentica folla di Salvatori armati fino ai denti, ma sono di nuovo tutti insieme: Negan ricostituisce la risorsa principale del gruppo dell'ormai ex vice sceriffo di Atlanta, ovvero l'unità.
E se Morgan è altrove con Carol, è lì per ricondurla a quella che ormai è la sua famiglia. E se Padre Gabriel è rimasto ad Alexandria, è per conservare quella casa comune e proteggere Judith, la figlioletta di Rick, sangue del suo sangue. Tre luoghi, tre situazioni, ma un unico insieme, con il piccolo esercito, ripetiamo, di nuovo riunito.
Come accadde a Gareth, leader di Terminus, convinto di avere in pugno Rick e i suoi dopo averli rinchiusi nel vagone “A”, sarà questa la buccia di banana che farà scivolare Negan?

@il_trillo

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