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Venezia 73: gli alieni sbarcano al Lido in "Arrival", di Denis Villeneuve

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
ArrivalTema dolorosamente attuale, quanto abusato, quello del rapporto con il diverso. Denis Villeneuve lo affronta con coraggio, facendone il nucleo di una storia. Di fantascienza. Il cineasta canadese ritorna al Lido con “Arrival” sei anni dopo gli applausi di “Incendies”, passando dalle Giornate degli Autori al concorso ufficiale. Louise Banks (Amy Adams) è un’affermata linguista che vive sola portando con sé il fardello di un lutto. Il peggiore che esista. La sua routine difensiva, esplicata giusto nell’incipit, viene scalfita dalle breaking news, che inondano gli schermi americani e non con le immagini di un repentino sbarco alieno, in dodici diversi luoghi del nostro pianeta. A sgretolarla del tutto ci pensa il Colonnello Weber (Forrest Whitaker), giunto a prelevarla fino a casa per affidarle il compito di mediatrice linguistica con i misteriosi visitatori giunti da non si sa dove. Accanto a lei Ian Donnelly (Jeremy Renner), matematico che rappresenta l’altra faccia della task force. I due trovano terreno comune nella loro intelligenza emotiva, che rende i contatti con gli alieni via via più fruttuosi, svelando importanti tasselli per conoscerne la natura (hanno sette piedi e uno stato evolutivo molto maggiore del nostro) e, soprattutto, le intenzioni. Ma il fascino crescente che coglie i due studiosi non è certo appannaggio dei vertici militari americani, impersonati dal cinismo dell’agente Halpern (Michael Stuhlbarg): la Cina ha già deciso per la soluzione militare e non si può certo restare indietro. Riusciranno i nostri a salvare il pianeta dall’imminente conflitto causato da enorme equivoco comunicativo?
Film raro, sorprendente, in cui Villeneuve inserisce alla perfezione l’atmosfera del thriller a lui cara. L’elemento fantascientifico è puro pretesto, incorniciato in un contesto artistico di gran livello. Dove ci si occupa essenzialmente di emozioni. A partire dall’uso delle musiche, altro segno distintivo del regista, di Johann Johannsson, già presente negli ultimi due film di Villeneuve e Golden Globe lo scorso anno per “La teoria del tutto”. Per trovare l’apice nella interpretazione di Amy Adams: il volto di Louise proietta ciò che pensa, occupa lo schermo senza sosta, cercando di comprendere il presente in una oscillazione fra passato e futuro che a tratti vira verso il delirio. Dando vita ad un’accattivante contraddizione: un film che parla del linguaggio, ha i suoi momenti più alti nelle scene non parlate. Fino all’epilogo, insvelabile, con cui il regista lascia ancora una volta lo spettatore a bocca aperta, grazie ad un paradosso temporale in cui solo l’intensità emotiva è più forte lo stupore.
Nelle sale italiane dal 24 novembre, magari con qualche premio proveniente dal Lido.
 

@il_trillo

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