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Venezia 73: applausi per Le ultime cose di Irene Dionisio

  • Scritto da Leonardo Pasquinelli
Le ultime coseAlla conferenza stampa di luglio, il Direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera aveva speso buone parole per il cinema italiano in arrivo al Lido. Facendo trasparire, fra le inevitabili frasi di circostanza, segnali di rilancio dal basso: opere semplici ma con significato, in un paese dove oggi solo il cinema che un tempo si chiamava “di cassetta” crea le code ai botteghini. Premesse in cui rientra a pieno titolo “Le ultime cose” (passato nella sezione collaterale “La settimana della critica”), della documentarista Irene Dionisio, che esordisce nel cinema di finzione affrontando uno dei risvolti meno noti che le difficoltà economiche portano nel nostro quotidiano.
Al Monte dei Pegni di Torino, in via Botero, transitano cinquecento persone al giorno. In tutta la nazione, oltre trentamila al mese, fonte Banca d’Italia. Ormai si tratta di agenzie per la maggior parte delocalizzate dentro a istituti bancari, che restano l’ultima stazione della speranza: vi si affidano le ultime cose care, in cambio di qualche biglietto da cento e della speranza di riaverle indietro, prima o poi. L’affluenza è cambiata, oltre che cresciuta: i nuovi poveri in primis, ma anche la classe media che non si rassegna e che vede in una collana o in un paio di orecchini la possibilità di portare la figlia al mare per un week-end. Tutti accumunati da quel carico più o meno pesante di disperazione, necessario per spingersi a tramutare il valore affettivo in pecuniario, che ovviamente crea i suoi effetti collaterali: dentro al Monte, dove le varie storie si intrecciano e tentano l’ultimo colpo di reni per mezzo di suppliche o minacce, piuttosto che fuori, dove stazionano gli abusivi pronti ad offrire svariati punti percentuali in più sul valore degli oggetti, senza dare ovviamente garanzie. Ma generando un confronto fra ultimi che ha una matrice di umanità dove la distanza emotiva è comunque minore rispetto all’impersonalità con cui i disperati vengono ricevuti agli sportelli ufficiali.
La regista focalizza il racconto su tre vicende principali: il novellino Stefano (Fabrizio Falco, già apprezzato al Lido nel 2012 per “È stato il figlio”), neoassunto al Monte e quindi portatore di un refolo di empatia che gli consente di vedere persone dietro agli oggetti che riceve e valuta, così come di decodificare ben presto ruberie e accordi sottobanco messi in atto dagli stessi suoi colleghi. Poi Sandra (Christina Rosamilia), giovane trans che impegna una pelliccia, preziosa ma portatrice di ricordi traumatici: troverà proprio in Stefano una figura che diverrà per lei centrale. E Michele (Alfonso Santagata), nonno che impiega i soldi ricavati per provvedere all’apparecchio acustico del nipotino portatore di handicap. Tutti e tre con la loro tragica compostezza si muovono dentro la ragnatela, consapevoli nell’intimo che la via d’uscita è poco più che un’utopia, incedendo quasi senza reagire verso i loro destini difformi, emblematici del capolinea a cui l’attuale sistema del debito sta conducendo un’intera società.

@il_trillo

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