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Cecilia Robustelli: Hashtag #SIDiceSindaca: se il sindaco è una donna, si dice sindaca

  • Scritto da Enrico Zoi
Cecilia RobustelliCecilia Robustelli, glottologa laureata a Pisa, insegna la lingua del Bel Paese ai massimi livelli nazionali ed europei, dall'ateneo di Modena e Reggio Emilia (dove è docente di linguistica italiana) all'Accademia della Crusca di Firenze, fino a varie università straniere, e collabora con numerosi enti sui temi della pari opportunità nel linguaggio istituzionale, e non solo.
Hashtag #SIDiceSindaca, si legge sul suo profilo twitter: perché Sindaca e non Sindaco, come si è detto e scritto da sempre?
Perché adesso abbiamo le sindache, che prima non avevamo. A realtà nuova nome nuovo: se prima nessuno parlava di computer, oggi lo facciamo. Quando sono nate le veline, nessuno ha avuto difficoltà a chiamarle veline e non velini, perciò non capisco perché ci si ponga il problema! Sto ironizzando, evidentemente. Se confrontiamo sindache con veline, risulta subito chiaro che non si tratta di una questione linguistica, ma culturale, di immagine che si ha della donna: si fa fatica a vederla sindaca, è più facile pensarla velina o modella. È chiaro che, finché c'erano solo sindaci, la parola non poteva che essere sindaco. Ora non è più così. C'è poi anche una questione di comunicazione: la lingua italiana usa il genere grammaticale maschile per gli uomini e il femminile per le donne. Il genere grammaticale non si lega a scelte individuali, ma obbedisce a regole di sistema: nessuno dice 'mio figlio Paola' o 'la mia amica Luigi', quindi le scelte di genere le abbiamo interiorizzate acquisendole fin da bambini. Esattamente come il numero: nessuno usa il singolare per il plurale o viceversa. Perciò, se noi interveniamo su queste regole di sistema arbitrariamente, cambiando tutto, usciamo dal sistema lingua, cioè dal codice che condividiamo con gli altri. Le eccezioni possono essere in poesia o letteratura, ma pure lì esiste comunque un patto fra scrittore e lettore, che chiarisce in merito all'uso di metafore. Nel linguaggio istituzionale bisogna essere chiari, non ambigui. Il parametro 'genere' è importante per la distribuzione delle risorse, per la legislazione. Bisogna 'denunciare' la presenza di donne e uomini, perché vi sono misure particolari ad essa legate, ad esempio il bilancio di genere.

Quali conseguenze positive porterà il riconoscimento della parità di genere nella lingua italiana e soprattutto nella mentalità? Spesso si sente dire che sindaca, assessora e consigliera saranno anche corretti, ma sono così brutti...
Neanche cyberbullismo e operatore ecologico sono belli. Io lascerei da parte la questione estetica, che in questo contesto non ha senso: non stiamo scrivendo un testo letterario. Il riconoscimento della parità di genere nella lingua italiana porterà all'acquisizione della consapevolezza che il ruolo delle donne nella nostra società è cambiato. Oggi le donne ricoprono ruoli apicali, esercitano professioni prestigiose: tutto questo è molto importante per la formazione dei nuovi modelli di genere, cosa vuol dire essere uomo o donna o cosa puoi fare se sei uomo o donna. Sapere che esistono tali professioni amplia il modello sociale e questo è fondamentale per l'educazione delle nuove generazioni: chi studia ha di fronte un orizzonte professionale più vasto e si può rivolgere fin dalla scuola allo studio di materie tradizionalmente attribuite a solo uno dei gruppi. Il panorama più ampio nasce da un modello più ampio: questo lo si costruisce anche solo parlandone.

Ci sono norme di legge e iniziative istituzionali in tal senso?
La presidenza del consiglio dei ministri ha istituito un gruppo di esperti del linguaggio presso la commissione pari opportunità nazionale, un gruppo del quale anch'io faccio parte, previsto dal piano nazionale contro la violenza di genere. C'è poi un sottogruppo che si occupa del linguaggio istituzionale: io insieme ad un altro suo membro abbiamo avanzato una proposta per l'uso del linguaggio istituzionale attento al genere alla commissione, proposta che sarà presentata alla ministra Maria Elena Boschi.

In quali settori di umanità si trovano più consensi e in quali più resistenze?
Le rispondo con un esempio concreto, che non ha niente a che vedere con le appartenenze politiche: Virginia Raggi si è interrogata su come dovesse farsi chiamare, se sindaco o sindaca, e io su twitter le ho risposto: sindaca. La Raggi ha dato prova di intelligenza e di attenzione alle donne, non tanto perché si farà chiamare sindaca, quanto perché si è posta il problema, ha chiesto alle persone giuste, ha avuto le risposte e ha seguito le indicazioni dell'Accademia della Crusca e della comunicazione italiana.

In generale, dove sta andando la lingua italiana?
È un po' difficile a dirsi. La lingua italiana sta ancora risentendo abbastanza degli anglismi: vediamo se ora la Brexit ci farà riflettere sulla nostra lingua senza riprendere termini o caratteristiche dell'inglese.

Il suo sogno nel cassetto?
Che si cominci a guardare alla cultura come uno strumento indispensabile alla crescita individuale e del Paese.

@il_trillo

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