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Storie di viaggi e di migranti: Mare al mattino, di Margaret Mazzantini

  • Scritto da Claudia Camedda
La copertina del libroE' una narrazione straordinaria, quella del libro di Margaret Mazzantini "Mare al mattino", che con un linguaggio attento, crudo, veloce, lascia spazio comunque alla retorica, dal tono mai effimero, due storie di madri, ciascuna in viaggio con il proprio figlio.
Jamila è una giovane mamma, che pensa di fuggire dal suo paese, la Libia. La donna vuole attraversare il mare con il figlio Farid e raggiungere l'Italia. Vuole dimenticare la guerra, mettersi in salvo sulla costa opposta e sa che questo è possibile, ma che bisogna affrontare il terribile viaggio per mare, se si vuole scappare dalla guerra. Farid è cresciuto nel deserto rosso, e non ha mai visto il mare. Il viaggio sarà breve, dice Jamila a Farid, durerà solamente il tempo di una ninna nanna. Lo dice conscia di dire una bugia, e spera che il figlio muoia prima di lei, per non lasciarlo da solo. Jamila canta con la sua voce melodiosa, che scende fino al mare. Poi si addormenta. Farid si volta indietro, scorge un'apertura attraverso i corpi, non vede più la costa dinnanzi a sé e osserva le onde del mare. Il ragazzino torna con i ricordi al pensiero della sua abitazione, dell'altalena, delle maioliche con le decorazioni tinta ruggine e smeraldo intorno al pozzo. Farid pensa alla gazzella che andava sempre su e giù, la vedeva arrivare sermpre all'ora del tramonto quando mangiava dalla sua mano: i datteri, i pistacchi che lui le serviva dal palmo aperto. Il giovane ragazzo pensava al verso e all'odore della bocca dell'animale. La gazzella, aveva delle macule sulla lingua. Odorava di acqua un po' stantìa. Un giorno Farid, la gazzella l'aveva stretta a sè. Un corpo che passa attraverso il mare, non lascia segni, ma unicamente una lieve traccia che in un attimo scompare, risucchiata dalla superficie compatta. Dalle coste della Sicilia, con gli occhi rivolti alla linea dell'orizzonte, verso sud, quello che si vede è una superficie scintillante e omogenea senza ricordi. Comunque in quel pezzo di mare, che è ponte e confine, è racchiuso un tracciato invisibile di vincoli, che accomuna due nazioni. Due paesi, queste, penalizzate dalle dispute di una storia che le vede ora amiche, ora nemiche. Fughe, abbandoni, vite interrotte per sempre o ricomposte con cura. Nel racconto, l'acqua del mare è senza memoria, è come argilla fresca, che preserva eternamente la traccia di ogni passaggio, di ogni vicenda umana, delle partenze e dei ritorni.
Angelina si trova sull'altra riva, opposta alle coste del suo paese, la Libia, osserva le barche arrivare. Lei con i pensieri torna al ricordo di quarant'anni prima, quando i cittadini italo-libici nel 1970 furono costretti a lasciare la Libia, che era sotto la sovranità politica di Gheddafi. I beni degli italiani, nel paese arabo furono confiscati. Angelina ricorda il momento della cacciata dall'Africa, la figura di Gheddafi, le ragazze giovani arabe giunte a salutarlo, e Alì, la promessa d'amore del capo politico libico. Quando in Italia, nel '70, giunsero gli abitanti di Tripoli, questi furono lasciati in disparte. Erano quelli gli anni di piombo, mancava il tempo, e non si prestava attenzione alla situazione delicata di queste famiglie e alle loro traversie, per essere stati costretti ad abbandonare il proprio paese. Nessuno poi, si interessò mai alle vicissitudini dei Tripolini. Nel racconto del libro la figura di Angelina, è quella della madre di un giovane ragazzo, Vito. Vito, scrive una tesina di maturità, sugli abitanti di Tripoli, su quegli anni passati che sua madre ricorda con rimpianto, quasi di nascosto. Anche Vito osserva il mare; Angelina un giorno gli dà il consiglio di trovare uno spazio dentro di sè, dove lui possa trovare una sua dimensione, un luogo che anche solo un po' gli assomigli. La madre di Vito, ha gli stessi occhi lucidi del mare, lo stesso carattere calmo, e tempestoso. Angelina non va mai al mare, solo all'ora del tramonto, ogni tanto, quando il sole rende quasi infuocate anche le rocce, e il cielo assume le sfumature di colore rosso sangue, quasi sembrasse l'ulltimo sole del mondo. Vito osserva sua madre, camminare sugli scogli, con i capelli scompigliati dal vento, e una sigaretta spenta in mano. Angelina si è arrampicata sullo scoglio come un granchio. Per un attimo, Vito, ha temuto di non rivederla più. 
La madre per undici anni, ha vissuto da araba. Lei osserva il mare come gli arabi, come guardasse una lama, come stesse già sanguinando. Le storie di Angelina e di Jamila non sono le stesse, ma sono una lo specchio dell'altra. Entrambe raccontano di un destino pervaso dalla rinuncia e la mancanza, la perdita e l'abbandono. 
 
Margaret Mazzantini: Mare al mattino
2011, Einaudi
127 pagine, 12 euro

@il_trillo

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