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Alessandro Bergonzoni, ovvero Nessie tra i Nessi

  • Scritto da Enrico Zoi
Alessandro BergonzoniI Nessi di Alessandro Bergonzoni si connettono fra loro e con il Teatro Puccini di Firenze che li ospita. E siamo già al cuore del tema: il nucleo verace del quattordicesimo spettacolo scritto e interpretato dall'artista bolognese in coppia con Riccardo Rodolfi è, per loro stessa ammissione, «la necessità assoluta e contemporanea di vivere collegati con altre vite, altri orizzonti, altre esperienze, non necessariamente e solamente umane che ci possono così permettere percorsi oltre l'io finito per espandersi verso un 'noi' veramente universale». È così che, tra fili tesi e tirati, trame e reti tessute e intrecciate per collegarsi con il resto del pianeta e dell'universo, vediamo Bergonzoni stare “solo sul cuor della terra” in una totale, egocentrica e dunque agita e gradita solitudine drammaturgica, al centro di una cosmogonia comica, ma non solo. Lo circonda, tra cerchio e circonferenza esistenziale, una scenografia 'prematura' o 'prematurata', come la supercazzola del buon vecchio conte Mascetti di Amici miei.
È evidente che, con la vertiginosa loquela di questo certo originale uomo di teatro, non siamo mai sicuri di niente: tra calembour e spiazzamenti semantici, ci muoviamo immersi in un testo che potrebbe pure essere una sorta di candida e poetica confessione strettamente personale. Ma occhio, perché il buon Bergonzoni adora trarre in inganno, deviare, sparigliare le carte magari ancor prima di averle distribuite ai giocatori. D'altronde, se lo faceva il sommo Nobel Eugenio Montale rispondendo alle domande sulle sue poesie, perché non può farlo lui mentre interroga se stesso nella rivelazione in streaming di Nessi?
È così che, nell'ascolto della sua sacra rappresentazione del verbum umano, abbiamo scorto la necessità di adeguarci al suo infinito telefono senza fili, pensando a quanto una parola possa mostruosamente evocare, indurre, dedurre, divertire, annichilire, spaventare, trasportare, importare, comportare, esportare, esortare... un momento, freniamo! Ci siamo lasciati prendere la mano dalla mitragliatrice lessicale Bergonzoni e, in questo brodo primordiale di prim'ordine, abbiamo “perso le parole” (e così ci siamo connessi anche a Ligabue!) e siamo rimasti avviluppati tra le speranzose spire di un clamoroso e ben noto egocentrismo (lo dicevamo prima), a tratti preoccupante più per lui che per noi.
In questo modo di maniera, l'indiscutibile sostanza verbale e verbosa di uno show pieno, denso quanto la più gustosa delle clotted cream della West Country inglese e ricco come la pastiera napoletana, si incontra e si scontra con l'unica caratteristica umana che crei un nesso tra Bergonzoni e Ascanio Celestini: l'eccessiva velocità di pronuncia, che finisce per nutrirsi anche fisicamente delle parole dette, spesso restituite a brandelli che non sempre è facile, tanto per rimanere in tema, riconnettere fra loro. È così che gli scrosci di risa che accompagnano costantemente l'esibizione dell'artista sanno di esplosione liberatoria, frutto di un pensiero felicemente e infelicemente confuso. In un angolo, forse scuotono la testa, insieme compiaciuti e vagamente scettici, i grandi virtuosi del monologo del teatro italiano, da Dario Fo ad Alessandro Benvenuti, sempre chiari, sempre preclari.
Quello di Bergonzoni, in fin dei conti e dei cunti, è un giochino (che peraltro funziona terribilmente presso un pubblico talmente compatto nell'applauso da sembrare una megaclaque!), spacciato come filosofia, un giochino a tratti leggero come le effimere lucine e stelline di certi effetti speciali della recente cinematografia, che crea, proprio con le parole che intende esaltare semanticamente e come entità assolute, una sorta di rischioso effetto domino.
Rischioso perché, nel gioco del domino, tutto dipende da come accosti le tessere l'una con l'altra: se le sdrai e le connetti, la filiera verbale è forte e chiara; se le metti in posizione verticale, basta un alito di vento e dopo il primo rettangolino vengono giù tutti gli altri. Ergo, caduta libera perennemente in agguato.
Alla fine restano l'umana miseria (ultimo sostantivo pronunciato, se la memoria non ci inganna) connessa esclusivamente a se stessa (ma, come ricorda Ingrid Bergman in Europa '51 di Roberto Rossellini, “solo chi è legato al nulla è legato a tutti”) e un nowhere actor che appare e sparisce, si svela e si vela, emerge ed affonda, come uno dei grandi mostri/non mostri dell'umanità, l'essere preistorico o bluff storico che ci ha incuriositi fin da bambini, la creatura lacustre per eccellenza dell'immaginario collettivo. E finalmente arriva l'illuminazione: Bergonzoni è semplicemente (semplicemente?) Nessie tra i Nessi.

7 e 8 novembre 2014, ore 21
Teatro Puccini, piazza Puccini
FIRENZE

Alessandro Bergonzoni in "Nessi"
di Alessandro Bergonzoni.
Regia di Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi.

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