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La Leggenda del Grande Inquisitore: l'opaco Dostoevskij di Umberto Orsini

  • Scritto da Enrico Zoi
Umberto Orsini durante lo spettacoloUmberto Orsini e la sua nuova Compagnia tornano a calcare la scena della Pergola di Firenze, con La Leggenda del Grande Inquisitore, spettacolo tratto da I Fratelli Karamàzov di Fiodor Dostoevskij e diretto da Pietro Babina. La memoria non può non andare a quando l’attore piemontese impersonò lo stesso personaggio di Ivan Karamàzov nello sceneggiato televisivo (ancora non si diceva fiction) del 1969, prodotto dalla Rai per la regia di un maestro del genere come Sandro Bolchi e l'adattamento di Diego Fabbri.
È dunque questo un gradito ritorno anche a livello popolare: il pubblico televisivo che ancora ricorda quella interpretazione del secolo passato ha sempre desiderato di poter ritrovare il suo incarnatore. Così, oggi, insieme a Leonardo Capuano, Orsini ha pensato una nuova drammaturgia per il suo Ivàn del terzo millennio, una creatura matura, che, mediante uno specchio, si misura con il suo alter ego di 45 anni fa e si confronta con il Mefistofele Capuano, con cui ragiona e prova a sistemare le proprie ossessioni, dalla fede al mistero, dall'autorità fino al peccato, al miracolo e alla libertà.
Questo lo spunto: Ivàn Karamàzov espone al fratello Aleksej la sua idea per un racconto allegorico ambientato in Spagna, all'epoca della Santa Inquisizione. Dopo un millennio e mezzo dalla morte, Gesù torna sulla Terra sotto mentite spoglie, ma finisce comunque per essere riconosciuto e incarcerato dal Grande Inquisitore. Condannato a morte, riceve in carcere la visita proprio del suo giudice, il Grande Inquisitore, il quale gli illustra una sconcertante visione del mondo e del rapporto con la Divinità.
«Credo che uno spettacolo non debba essere un tentativo di risposta, piuttosto il tentativo di condividere una domanda – spiega il regista Pietro Babina - Non si è dunque trattato di attualizzare attraverso la messa in scena un testo che viene da un’altra epoca, né si è dato per scontato che le sue parole siano ancora valide, pronunciabili. Ma si è partiti dal presupposto che lo spettacolo stesso interrogasse il testo, lo mettesse alla prova, al confronto con un '"essere" mutato, trasformato. Da questo, nasce l’idea di un Ivàn che si interroga, fa i conti con i suoi contenuti e compie questa sua auto-interrogazione sul punto limite tra vita e morte, tra morte e resurrezione, che non sono la morte e la resurrezione di un uomo, ma quelle di un personaggio e del suo racconto».
Bella e apprezzabile la capacità di sintesi e la volontà di mettere in gioco tutto: dal grande attore al testo, dai personaggi allo spazio teatrale (scenografia forse un po' troppo piccola per un teatro ben dimensionato, magari più adatta per un palcoscenico dalle coordinate spaziali più ridotte: così si ha la sensazione che manchi qualcosa, a meno che non sia un effetto voluto...), dalla parola detta ai movimenti degli interpreti fino agli stessi limiti della forma teatro, che sfocia qui nella Ted Conference all'americana.
Tuttavia, l'armonizzazione, cercata e parzialmente agìta, tra il teatro di tradizione e quello di sperimentazione, attraverso la figura del post-Ivan di Orsini e del personaggio di Leonardo Capuano, figli dell'apparente contraddizione del loro essere contemporaneamente senza tempo e immersi nella loro esistenza, si manifesta a sprazzi più che a concreti input speculativi o cogitativi, al punto che lo spettacolo, come fosse un personal computer, avrebbe bisogno di una sua deframmentazione.
Invece, l'audace fantasia della regia si manifesta in un'ambientazione in cui la Fede incombe come una telecamera interna in uno degli angosciosi racconti filmici di Jigsaw, la Libertà è un fantasma che avvolge e sconvolge il malcapitato Ivan, l'atmosfera ricorda da vicino, ma alla lontana, i Rabbits del buon vecchio David Lynch e il monologo finale, che dovrebbe coronare l'insieme, resta slegato, disarmonico, punta non di diamante, nonostante l'invidiabile forma di Orsini.
Dostoevskij non rinasce in questo Grande Inquisitore: vi abita senza avere la residenza e i suoi grandi temi ai confini della realtà umana e divina sono polvere di stelle, pulviscolo cosmico, sabbia che invade senza conquistare.

dall'11 al 16 novembre 2014
Teatro della Pergola
FIRENZE

La Leggenda del Grande Inquisitore
da I fratelli Karamàzov di Fedor Dostoevskij.
Con Leonardo Capuano.
Scene Federico Babina, Pietro Babina. Costumi Gianluca Sbicca.
Musiche Alberto Fiori. Soundesign Alessandro Saviozzi. Video effects Miguel D'Errico.
Regia Pietro Babina. Produzione Compagnia Orsini.

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