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La Laika di Ascanio Celestini? Gesù e cieco ma vede i brufoli

  • Scritto da Enrico Zoi
Ascanio CelestiniLaika, di e con Ascanio Celestini, racconta un Gesù molto improbabile che afferma di essere stato inviato più volte nel mondo. Ora vive chiuso in un appartamento di periferia. Dalla finestra 'vede' il parcheggio di un supermarket e un barbone che di giorno chiede l’elemosina e di notte dorme tra i cartoni. Con lui c’è Pietro, sempre fuori casa. Stavolta Cristo non si è incarnato per redimere l'umanità, ma per osservarla. Però Dio l’ha fatto nascere non vedente e gli ha messo accanto uno dei dodici apostoli come sostegno.
Insomma, secondo la narrazione lessicalmente orgiastica di questa parabola celestiniana, Gesù è cieco ma vede i brufoli. I brufoli di questa società attuale, aguzzina e schizzata, veloce e talora insipida, in cui le ideologie sono contenute nei gettoni dei carrelli dei centri commerciali e le religioni si confondono e si offendono, alla ricerca perduta (non del tutto, però) dell'essere umano e del 'valore uomo'.
Ma anche i brufoli assoluti dell'individuo, da sempre (fin dagli albori della preistoria e indipendentemente dalle varie contingenze di epoche e civiltà) travolto da passioni e interessi, da cattiverie e leggerezze, da debolezze e simpatie, da vittimismi e slanci più o meno sinceri e potenti.
Vede, scruta questo 'povero Cristo che non vien fuori più' (parafrasando la Madonnina dei dolori di Giorgio Gaber), allibito di fronte a un mondo in cui ostinatamente tutti (o quasi) 'vogliono viaggiare in prima' (e qui ringraziamo Ligabue), ma comunque proiettato ad analizzare, chiedere, imparare, giudicare, anzi interpretare, un Gesù curioso e loquace, al quale la cecità ha evidentemente sviluppato altri e nuovi sensi. Questo Cristo, pur racchiuso tra quattro mura e senza vista, non si è fermato a Eboli. Almeno così pare.
Il monologo di Celestini è un documentario vivente, un po' comizio (anche politico e sindacale), un po' preghiera laica. Ci si sente come all'interno della splendida e visitatissima abbazia cistercense di San Galgano, vicino a Siena, priva del tetto e in rovina da quattro/cinque secoli, immortalata in film famosi (da Nostalghia al Paziente inglese). Ci si sente, per restare in àmbito cinematografico, 'senza tetto né legge'. Se questo è l'obiettivo, è stato raggiunto.
Ma ci sono due 'però'. Uno negativo e uno positivo.
Il primo si riferisce alla dizione del buon Celestini. È vero che il teatro non è solo il regno della parola, che resta comunque quasi sempre in primo piano, ma, in un monologo, la corretta pronuncia dei vocaboli è fondamentale. Con l'artista romano non sempre è così. Per la verità, non solo con lui. Da questo punto di vista, molti dei pur bravi calcatori di scene nostrani dovrebbero guardare almeno a Dario Fo e Alessandro Benvenuti. Non imparare, guardare.
Il secondo 'però' si riferisce al contenuto dello spettacolo ed è una domanda: nel testo di Celestini e nel suo contesto, è previsto il miracolo? Andate a vederlo, noi non facciamo spoiler.
Per la cronaca, Laika, oltre al gioco di parole con l'aggettivo italiano con la lettera 'c' al posto della kappa, è la cagnolina (vero nome Kudrjavka, 'Ricciolina') lanciata nello spazio dai Sovietici il 3 novembre 1957, a bordo dello Sputnik 2: una canina di strada, forte, una di quelle che abbaiano.
 
15 e 16 gennaio 2016, ore 21
Teatro Puccini, piazza Puccini
FIRENZE 

Laika
di Ascanio Celestini.
E con Gianluca Casadei alla fisarmonica.
Voce fuori campo di Alba Rohrwacher.
Una produzione Fabbrica srl in co-produzione con RomaEuropa Festival 2015.

@il_trillo

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